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COSA SONO GLI EMIRATI ARABI UNITI

EAU

Gli Emirati Arabi Uniti si sono costituiti esattamente quarant’anni fa. Prima del 1971 erano conosciuti con il nome di “Costa dei pirati” e “Stati della tregua”, quella imposta dagli inglesi nel 1853 ad alcuni sceicchi che non contrastavano, e anzi favorivano, l’attività piratesca. 

Dediti per secoli al nomadismo e alla pesca delle perle, governati da persiani, portoghesi e inglesi, gli Emirati Arabi Uniti restarono fino alla scoperta del petrolio (negli anni Cinquanta e Sessanta) una regione povera e divisa dai conflitti tribali.

Dal 1971, anno della loro costituzione, l’economia degli Emirati Arabi Uniti (EAU), che si estendono nella Penisola Araba all’imbocco del Golfo Persico e che hanno una superficie quasi interamente coperta dal deserto, ha mantenuto alti tassi di sviluppo tanto da rappresentare una delle più importanti e dinamiche realtà dell’intera regione. 

Gli Emirati Arabi Uniti sono anche l’unico Paese del mondo arabo organizzato in un sistema federale di monarchie ereditarie assolute. 

Gli Emirati della Federazione (sei nel 1971, cui se ne aggiunse un altro l’anno successivo) sono sette: Ajman, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja, Umm al-Qaywayni e i due più importanti Abu Dhabi e Dubai.

La massima autorità federale è il Consiglio supremo dei sovrani, formato dai sette emiri, ma il governo di ogni emirato ha potere legislativo sulla maggior parte delle questioni interne e una buona autonomia politica ed economica. 

Per questo il Consiglio federale nazionale, Parlamento composto da quaranta membri (20 dei quali eletti dagli emiri e 20 dai cittadini con diritto di voto, che sono 12mila su 750mila), è un organo soltanto consultivo. 

I singoli Stati federati nominano il presidente e il primo ministro, ma di fatto è consuetudine che siano l’emiro di Abu Dhabi e quello di Dubai a ricoprire queste cariche: nel 2004, dopo la morte dello sceicco Zaid bin Sultan an Nahayan, è diventato sovrano di Abu Dhabi e presidente degli Emirati Arabi Uniti il figlio Khalifa bin Zaid al Nahayan. 

Le prime elezioni nella storia del Paese si sono tenute nel 2006 ma a suffragio limitato: un solo seggio è stato conquistato da una donna. Primo ministro è lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum. 

La città di Abu Dhabi con i suoi 600mila abitanti è la capitale federale.

I proventi petroliferi continuano ad essere il fulcro delle entrate governative (70 per cento): secondo i dati della British Petroleum il Paese ne è l’ottavo produttore al mondo e detiene (dice il rapporto 2010 dell’Economist Intelligence Unit) circa l’8 per cento delle riserve totali. 

Da circa dieci anni, tuttavia, gli EAU hanno puntato ad una maggiore diversificazione delle entrate. 

Abu Dhabi, ad esempio, ha promosso forti investimenti nel settore delle energie alternative in un ambizioso piano di sviluppo che, secondo i dati del governo, porterà entro il 2020 ad una produzione di energia alternativa che coprirà il 7 per cento del fabbisogno totale nazionale.

Il benessere diffuso nel territorio è esemplificato dallo sviluppo urbano e architettonico della città di Dubai, con i suoi grattacieli più alti del mondo, le spiagge artificiali e i progetti futuristici di città subacquee. 

Secondo il rapporto “Doing Business 2011”, pubblicato dalla World Bank e dall’International Finance Corporation, su una classifica di 187 paesi gli Emirati Arabi Uniti sono al trentasettesimo posto, nonostante la crisi, come Paese migliore in cui fare affari e al trentesimo (su 110 paesi) per quel che riguarda la crescita economica e la qualità della vita.

Il progresso economico non ha però avuto riscontro in quello sociale e politico. 

La religione ufficiale è l’Islam e il 76 per cento della popolazione è musulmana a maggioranza sunnita. Rispetto ad altri stati arabi, gli Emirati Arabi Uniti hanno leggi piuttosto liberali, tuttavia la Sharia islamica (Legge di Dio) è applicata ad alcuni aspetti del diritto di famiglia e atti criminali ed è in vigore la pena di morte. 

Le donne possono guidare e, alla vigilia del quarantesimo anniversario della formazione, gli EAU hanno fatto un piccolo passo avanti nella parificazione dei diritti tra uomini e donne: d’ora in poi i figli delle donne cittadine degli Emirati sposate con stranieri potranno acquisire la nazionalità materna.

La notizia è stata riportata dal quotidiano del Qatar The Peninsula dove però si ipotizza che l’estensione alle madri del diritto di trasmettere ai figli la propria cittadinanza sia stata concessa per motivi politici. 

L’obiettivo sarebbe quello di aumentare il numero dei cittadini dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG, creato nel 1981 per scopi essenzialmente economici), che a oggi sono una minoranza rispetto alla comunità straniera impiegata soprattutto nella manodopera.

Circa il 70 per cento della manodopera è di origine straniera: i lavoratori immigrati costituiscono l’80 per cento della popolazione totale e il 95 per cento dell’intera forza lavoro. 

Questi sono spesso provenienti dalle zone centrali dell’Africa e molti di questi, soprattutto nella zona di Dubai, vivono e lavorano in condizioni al limite dello schiavismo, raccontate da una celebre inchiesta dell’Indepedent del 2009. 

La presenza massiccia di uomini è anche causa dell’enorme sproporzione tra i sessi: i due terzi degli abitanti sono di genere maschile e gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei paesi con il maggior numero di uomini al mondo.
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